La Valsugana (Suganerthal in tedesco; Valzegu in mocheno e Obarlånt in cimbro) è una valle del Trentino orientale. Si sviluppa dalla periferia di Trento ad ovest fino al confine con la provincia di Vicenza ad est. Grazie alla sua posizione di passaggio tra il Veneto e il Trentino, la Valsugana ha sempre avuto una certa importanza dal punto di vista storico, politico ed economico.
Il termine “Valsugana” deriva dall’espressione latina Vallis Ausuganea, ovvero “Valle di Ausugum”, antico nome del paese di Borgo Valsugana. Infatti, in passato, era considerata Valsugana solo la valle segnata dallo scorrere del fiume Brenta (quindi da Levico Terme verso est), mentre dal Novecento il termine venne esteso anche al medio corso del Fersina con la zona del perginese. La suddivisione amministrativa, prima dei Comprensori e ora delle Comunità di valle, ha portato nell’uso comune a una specificazione geografica delle due parti della valle si parla quindi di:
- Alta Valsugana o Valsugana occidentale a partire dal comune di Levico Terme verso ovest, fino al confine con il comune di Trento
- Bassa Valsugana o Valsugana orientale a partire dal comune di Novaledo verso est, fino al confine con la provincia di Vicenza.
Da un punto amministrativo, dal 2006 il territorio appartiene alla Comunità di valle Valsugana e Tesino con capoluogo Borgo Valsugana. Comprende 18 comuni prima facenti parte del Comprensorio Bassa Valsugana e Tesino.
Monumenti locali o altri luoghi, speciali da diversi punti di vista
Il Lago di Caldonazzo
È il più vasto specchio d’acqua della Valsugana, il più grande lago appartenente interamente al Trentino e l’unico della zona in cui è permessa la pratica dello sci nautico. Grazie alla sua posizione (450 metri slm), è uno tra i laghi più caldi del Sud Europa (come anche il Lago di Levico, a pochi chilometri di distanza). Si estende per oltre 5 chilometri quadrati ed ha una profondità media di 26,5 metri (profondità massima: 49 metri). Grazie alle condizioni climatiche favorevoli, il lago è balneabile normalmente già dagli inizi del mese di maggio fino alla fine del mese di settembre.
Il Lago di Caldonazzo si presenta come il paradiso degli sport acquatici in Trentino: è infatti possibile praticare numerosi sport come lo sci nautico, la barca a vela (anche per portatori di handicap), il nuoto, il windsurf e la canoa.
Curiosità: lo sapevate che…?
BAU BEACH: a San Cristoforo, sulle rive del Lago di Caldonazzo, è stata istituita una “Bau Beach”. Gli amici a quattro zampe avranno quindi a loro disposizione uno spazio adeguato: la spiaggia è dotata di: porta ombrelloni con gancio per la sicurezza dei cani, due piccole aree recintate dove fargli fare i bisogni e una pedana agility per far sgranchire loro le zampe. Sia a terra che in acqua è obbligatorio l’utilizzo del guinzaglio. La spiaggia per cani è identificata da apposita segnaletica.
Lago di Levico
È il secondo lago più esteso della Valsugana e, insieme al Lago di Caldonazzo, è tra i laghi più caldi del Sud Europa. Esteso per oltre un chilometro quadrato e con una profondità massima di 38 metri, esso ricorda molto nella sua conformazione un fiordo norvegese. Le sue sponde sono per lo più caratterizzate dal verde dei boschi che si affacciano direttamente sull’acqua; dove si possono fare numerose passeggiate rigeneranti, tra cui la suggestiva Via dei Pescatori. Partendo dalla spiaggia libera (Parco Segantini) di Levico Terme, questo itinerario può essere percorso in qualsiasi stagione e non necessita di particolari attrezzature, se non scarpe e abbigliamento comodi, poiché è tutto su strada sterrata. Lungo il percorso sono posizionate diverse panchine, per fare una pausa o semplicemente per ammirare le mille sfumature di verde del Lago di Levico, e dei cartelli che riportano alcuni esercizi fisici.
Levico Terme
Il paese colpisce per il carattere ancora immutato di nucleo di stampo ottocentesco, che rievoca le atmosfere della Belle Epoque, in cui nobili da tutta Europa venivano a ritemprarsi dalle fatiche di corte. L’insieme di antico e moderno ne fanno un centro ideale per proposte e attrattive differenti e molto variegate. Da oltre 150 anni le Terme di Levico rappresentano una fonte di salute e benessere. Le proprietà di un’acqua unica in Italia sono alla base dei trattamenti (bagni, fanghi, cure inalatorie…) e possono aiutare a prevenire i problemi a vie respiratorie, pelle e articolazioni. L’attività di benessere delle Terme accessibile a tutti, si riferisce infatti ad un concetto di benessere olistico.
Parco asburgico di Levico
È il più grande parco storico della Provincia autonoma di Trento e fu creato agli inizi del ‘900 su progetto del paesaggista-giardiniere tedesco Georg Ziehl (1873- 1953), quando Levico Terme, nota stazione termale, era meta prediletta di vacanze della nobiltà austro-ungarica che apprezzava il beneficio delle acque minerali arsenico ferruginose che tuttora sgorgano a monte della città di Levico Terme. Lo scopo fu quello di creare un “luogo di cura termale” composto da un grande stabilimento – albergo immerso al centro di un grande parco. Ziehl ebbe l’incarico di disegnare il parco secondo i canoni i canoni di gusto della moda ottocentesca. Sorse così un grande giardino termale, dotato di una rete di passeggiate per il diletto degli ospiti del grande albergo delle terme costruito a tempi di record e inaugurato nel 1905. L’asse principale del parco partiva dalla stazione ferroviaria di Levico, collegata in rapporto diretto con il complesso termale attraverso un viale alberato di faggi ormai secolari, arrivava all’ingresso principale del parco e di lì al Grand Hotel attraverso un ampio cannocchiale visivo. Risalgono a quell’epoca gli impianti delle alberature monumentali che ancora oggi si possono ammirare. Villa Paradiso, la graziosa costruzione in stile Liberty collocata nella posizione centrale del parco, fu la residenza del giardiniere. Sono invece del dopoguerra i faggi e le altre latifoglie, aggiunte al parco dall’allora direttore Alcide Saltori che per primo inserirà le aiuole di fiori nelle radure un tempo dedicate all’elioterapia. D’impianto più recente sono infine gli abeti del Caucaso che delimitano alcuni viali principali. Il diretto collegamento con la ferrovia si collega alla realizzazione asburgica della linea ferroviaria della Valsugana che all’epoca servì per collegare la città termale con l’Italia verso sud e con l’Impero Austriaco verso nord.
Il Parco è aperto al pubblico e si può visitare tutto l’anno. Ospita numerose attività didattico-ricreative e culturali fra cui i famosi Mercatini di Natale.
Curiosità: lo sapevate che…?
PRINCIPESSA SISSI: L’imperatrice Elisabetta d’Austria, conosciuta come Sissi, adorava Levico Terme, incantevole stazione termale tra le montagne del Trentino. Era una delle sue località preferite, al punto che era solita soggiornarvi per mesi come sua residenza di vacanza, nel palazzo che è ora si è trasformato nel Grand Hotel Imperial, recentemente chiuso per motivi economici. Grazie a un attento restauro, questa dimora storica ne ha conservato intatto il fascino, tanto che l’atmosfera che vi si respira è la stessa che deve aver fatto innamorare di questo luogo la coppia imperiale, Elisabetta e Francesco Giuseppe.
Castello di Pergine
Tra i tanti castelli in Trentino, anche i castelli in Valsugana raccontano numerose storie. I castelli in Valsugana sono autentici gioielli architettonici che sovrastano i diversi abitati della valle, come il turrito Castello di Pergine, l’antico maniero di Castel Ivano e l’imponente Castel Telvana a Borgo Valsugana. Alcuni sono privati e non visitabili all’interno, altri invece sono aperti al pubblico.
Il castello medievale di Pergine si eleva imponente sopra il Colle del Tegazzo con una vista privilegiata su Pergine Valsugana e la catena del Brenta. Trasformato nel XIII secolo in una vera e propria fortezza medievale, appartenne per tanto tempo ai duchi d’Austria sotto il regno di Margarete Maultasch e successivamente dell’imperatore Massimiliano I.
Nel 1905 fu rilevato da una società privata tedesca, restaurato e adibito ad albergo. Dal 2019 è diventato il primo bene storico collettivo d’Italia: è stato infatti acquisito tramite un’iniziativa di sottoscrizione popolare denominata Fondazione CastelPergine Onlus che si occupa della conservazione di questo patrimonio d’arte e di storia. Ospita al suo interno un albergo di charme e un raffinato ristorante.
Castel Ivano
Si trova ad Ivano Fracena e la leggenda vuole che il castello sia stato in tempi remoti sede di un monastero di Benedettini o di Templari. L’attuale aspetto gotico deriva dalla ricostruzione cinquecentesca voluto dai duchi d’Austria. Il maniero presenta un peculiare mastio a base quadrangolare, sul quale sono visibili le tracce sovrapposte degli stemmi degli Scaligeri di Verona e dei Da Carrara di Padova. Una torre gotica, collocata presso l’ingresso originale, riporta gli stemmi dei primi capitani tirolesi che ebbero cura del castello. Tuttora proprietà privata, è sede del Centro culturale “Castel Ivano Incontri”, che organizza importanti convegni, mostre d’arte e congressi internazionali.
Castel Telvana
Si trova a Borgo Valsugana. E’ un antico maniero che domina la valle fin dal XII secolo. Data la sua posizione doveva essere una struttura militare con importante valenza strategica. Il nucleo più antico poggia sulla roccia primitiva e conserva al suo interno le cortine che uniscono i bastioni che proteggevano la residenza. Fu sede per secoli dei Signori di Borgo e della giurisdizione di Telvana (da Novaledo a Strigno in Valsugana), che dal maniero prese il nome, a sottolinearne l’importanza.
Alla fine del XVIII secolo, dopo che i dinasti del momento ebbero permutato il maniero con l’ex convento delle Clarisse (l’attuale Municipio), gli abitanti del paese, riconoscendolo quale simbolo di anni di dominazione e soprusi, ne fecero scempio sottraendone le pietre e decretandone il graduale declino. Secondo un’antica leggenda, una galleria segreta collegava il castello con il convento dei Frati e con l’ex monastero di Sant’Anna. Il maniero non è visitabile internamente, ma è raggiungibile con una splendida mulattiera detta Sentiero dei castelli, con partenza da Borgo.
Tracce della Grande Guerra
La Valsugana ha rappresentato sin dall’età romana una via d’accesso al Trentino e alle Alpi, per questo motivo i genieri imperiali ne progettarono la difesa, mettendo in campo una serie di sbarramenti e fortificazioni. Qui la guerra si preparò ben prima il suo inizio ufficiale. Tra il 1884 e il 1890 vennero costruiti il Forte di Tenna e la sua opera gemella sul colle delle Benne. Tutta la zona restituisce molte le tracce quasi intatte degli eventi della Grande Guerra da scoprire anche con lunghe escursioni in una natura poco antropizzata. Camminando si incontrano trincee lungo i crinali della Valle dei Mocheni che si sviluppano per circa 19 km, oppure seguendo l’itinerario che conduce a Valpiana passando per il posto di medicazione intitolato alla crocerossina Herta Miller. Sul Lagorai orientale si possono raggiungere la Forcella Magna e passo Cinque Croci, il monte Cauriol con le cime circostanti, tutte teatro di scontri sanguinosi. Resti e testimonianze segnano il territorio fino a passo Rolle, spesso in luoghi ancora poco frequentati. In questa parte di Trentino l’esercito italiano temette lo sfondamento delle truppe nemiche sin nella pianura veneta. Si allestirono perciò difese come quelle visitabili del Trincerone Italiano di Grigno, terza ed estrema linea di difesa contro un’eventuale offensiva austro-ungarica o le postazioni di artiglieria del monte Totoga. Non mancano, cappelle e cimiteri come quelli di malga Sorgazza, monte Civerone, della Val Maora e di Caoria.
Per comprendere i tanti aspetti della guerra su queste montagne è fondamentale visitare la mostra permanente della grande guerra in Valsugana e sul Lagorai a Borgo Valsugana.
Forte Colle delle Benne
Posto in cima all’omonimo colle che domina il Lago di Levico, si trova a circa 2 km dal centro di Levico Terme. Chiamato anche Forte di San Biagio, fu costruito dagli austroungarici tra il 1880 e il 1882. La pianta del forte segue un andamento poligonale ed il fianco nord è munito di un contrafforte con corpo esterno corazzato. Una linea di trincee, servita da mulattiera, risaliva all’impervia costa montana fino alla Busa Granda (1.500 m). Opera gemella del Forte di Tenna, servì come osservatorio e deposito, data la sua posizione arretrata rispetto al fronte. Venne smembrato delle strutture in ferro agli inizi degli anni ’30, radiato dal Demanio Militare nel 1931, fu venduto per 3.000 Lire al Comune di Levico il 13.10.1933.
Forte di Tenna
Sorge sulla collina di Tenna che divide il Lago di Levico da quello di Caldonazzo. Fu anch’esso costruito tra il 1880 e il 1882 e con il forte gemello di Colle delle Benne, a nord-est, costituiva -secondo il consolidato schema militare austriaco- la chiusura a tenaglia della Valsugana e riusciva a coprire anche la piana verso Caldonazzo. Dal forte si controllava pure l’accesso alla strada di Monterovere, che portava alle fortificazioni situate a Lavarone e sull’Altiopiano di Vezzena. Serviva inoltre da collegamento fra il Forte del Pizzo ed il Comando Supremo di Trento. Fu dimesso dal Demanio Militare Italiano nel 1931.
Trincertone di Grigno
Nel 1866 venne fissato il confine tra l’Impero d’Austria e il Regno d’Italia in Località Martincelli, tra i comuni di Grigno (Trentino) e Cismon del Grappa (Veneto). Quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale, la Valsugana si trovò ad essere il più orientale dei cinque sottosettori del fronte trentino. Le uniche opere difensive della zona erano le fortificazioni del Forte di Tenna e del Forte del Colle delle Benne, vicino a Levico Terme, che però erano state realizzate nel secolo precedente e non erano idonee a contrastare l’artiglieria “moderna” della nuova Guerra.
Appena l’Italia dichiarò la guerra, le truppe austriache arretrarono le loro posizioni e Grigno passò quindi subito all’Italia.
Furono così gli italiani a realizzare la nuova linea difensiva che gli austriaci non erano riusciti ad organizzare: più linee di fortificazioni campali di cui le più importanti erano sul Monte Lefre e sull’Altipiano dei Sette Comuni, con avamposti dotati di mitragliatrici per coprire le trincee situate in valle. Una di queste era lo sbarramento di Grigno che era costituito da due fasce: una prima linea a cielo aperto (con rinforzo di legname e sacchi di sabbia) ed una seconda linea rappresentata dal “trincerone”, che non fu mai “provato” durante il conflitto, ma fu conquistata dagli Austriaci in seguito alla Disfatta di Caporetto.
Mostra permantente della Grande Guerra in Valsugana e sul Lagorai
Allestita all’interno dell’ex Mulino Spagolla in uno degli angoli fluviali più suggestivi del centro storico di Borgo, l’esposizione è il risultato dell’impegno pluriennale dell’Associazione Storico-Culturale della Valsugana Orientale e del Tesino che ha tra i suoi scopi quello di conservare, studiare e valorizzare le testimonianze materiali, bibliografiche, archivistiche e fotografiche relative alla Grande Guerra nell’area compresa tra l’Altopiano dei Sette Comuni, la Valsugana e la catena del Lagorai-Cima d’Asta. Articolata in spazi tematici, essa introduce gradualmente il visitatore al dramma del conflitto. L’evolversi delle operazioni militari è illustrato con immagini fotografiche dei campi di battaglia in quota e delle distruzioni subite dai paesi della valle. Anche il contemporaneo progredire dell’ “arte della guerra” si dipana progressivamente, spaziando dall’evoluzione del copricapo (dal berretto all’elmo metallico) alle trasformazioni dell’uniforme da combattimento, dal modernizzarsi delle armi da fuoco individuali alla progressiva perdita d’importanza della baionetta ed all’apparizione del pugnale da trincea.
Sito preistorico Riparo Dalmeri
Situato al margine settentrionale dell’Altipiano di Asiago ma in terra trentina (Grigno) il sito preistorico del Riparo Dalmeri (1.300 m s.l.m.) è stato oggetto di 20 anni di scavi continuativi da parte del MUSE – Museo delle Scienze di Trento. La ricerca ha restituito – tra gli atri reperti – il più ricco corredo di pietre dipinte mai rinvenuto nei siti preistorici europei e i resti di una capanna dove i nostri antenati preistorici cacciavano, macellavano la carne e vivevano circa 13.000 anni fa. Le pitture in ocra a silhouette, ben 265 pezzi, sono realizzate su pietra locale e riproducono uomini, animali, piante o segni schematici. Il ritrovamento ha dato impulso a una serie di studi sulla vita artistico-religiosa degli uomini dell’epoca. I rinvenimenti e le ricerche condotte su questo sito hanno permesso per la prima volta di leggere le stagioni e le abitudini di vita dei clan preistorici che frequentavano le valli alpine verso la fine dei tempi glaciali. La ricostruzione dell’accampamento, dei suoi abitanti e i dettagli della loro vita quotidiana sono oggi stati collocati e sono visitabili tutto l’anno all’interno del MUSE. Deve il suo nome al geologo dal quale prese il nome, Giampaolo Dalmeri, conservatore della Sezione Preistorica del MUSE.
Arte Sella
Si tratta della manifestazione internazionale di arte contemporanea che la Val di Sella (Borgo Valsugana) ospita dal 1986. Essa costituisce una grandissima esposizione a cielo aperto di materiali completamente naturali, incastonata tra il Monte Armentera a nord e il gruppo di Cima Dodici a sud. Arte Sella non intende in realtà essere una semplice esposizione bensì rappresentare un processo creativo in cui l’opera di ogni artista prende forma giorno per giorno sul luogo, cogliendo dalla natura stessa materiali e ispirazioni. Al termine di Arte Sella molte opere trovano nuova casa nei musei o nelle gallerie d’arte, mentre altre vengono lasciate sul luogo a integrarsi completamente con la vegetazione circostante. L’esempio più noto al pubblico è la stupenda Cattedrale Vegetale, divenuta icona della manifestazione. La sua maestosità e bellezza resta visibile in ogni stagione. Da più di vent’anni le attività della manifestazione si estendono anche a Malga Costa, in una cornice ancora più insolita e suggestiva, sede di diversi laboratori creativi. Arte Sella non è solo esposizione, ma piazza di grandi eventi. Da aprile a ottobre la natura e non solo diventano teatro di importanti appuntamenti con l’arte: dalle mostre ai racconti, fino ai meravigliosi concerti a cielo aperto, la Val di Sella diventa custode di emozioni uniche.
Arte Sella è parte della rete dei Grandi Giardini Italiani, insieme al Parco delle Terme di Levico.
Aspetti naturalistici da non perdere!
Torrente Fersina
Il Fersina (Bersn in mocheno) scende dalla sua sorgente al Lago di Erdemolo attraversando la Valsugana per poi dirigersi verso Trento attraversando un canyon spettacolare noto come “Orrido di Ponte Alto”. E’ uno dei principali affluenti di sinistra dell’Adige. Il torrente ha una portata abbastanza costante e, prima di venire severamente regimentato da alti argini nel suo tratto cittadino, ha alcuni tratti quasi incontaminati. ll suo corso Fersina si estende per una lunghezza di quasi 30 km e le sue acque vengono utilizzate per irrigazione e parziale produzione di energia idroelettrica. Sfocia nell’Adige a Trento Sud. Storicamente, nei documenti a partire dalla seconda metà del Seicento, il nome del torrente è stato declinato al femminile (“la Fersina”); dal Novecento invece è attestato l’uso al maschile (“il Fersina”).
Curiosità: lo sapevate che…?
NUMEROSI AFFLUENTI: lungo il suo tragitto il torrente convoglia le acque di ben 38 affluenti, molti dei quali piccoli rivi, però di portata significativa in caso di pioggia. I principali affluenti sono a destra il rio Negro, che sfocia presso Serso, e il torrente Silla che scenda dall’Altopiano di Pinè; mentre a sinistra il rio Balkof che scende dalla Val Cava, il rio Molini che scende tra Fierozzo e Frassilongo, e il Rigolor che sfocia presso Canezza.
Valle dei Mocheni
Immersa tra le montagne a soli 20 chilometri da Trento, la Valle dei Mòcheni o Valle del Fersina (Bernstol) è nota per essere un’isola linguistica germanofona con un idioma – il mocheno – molto peculiare, ma è anche un ambiente naturale straordinario in tutte le stagioni. Lo scrittore e drammaturgo austriaco Robert Musil, autore di una delle pietre miliari della letteratura di tutti i tempi, “Der Mann ohne Eigenschaften” (L’uomo senza qualità), la definì “la valle incantata”! Merita di essere conosciuta e visitata seguendo itinerari tra i prati e i boschi, nei dintorni delle abitazioni e fra i masi, percorrendo a piedi in rilassanti passeggiate che portano alle malghe e ai rifugi, oppure avventurandosi in percorsi più impegnativi, con lo sguardo rivolto alle alte vette della superba catena montuosa del Lagorai. La Valle dei Mòcheni conserva intatte anche le proprie tradizioni folcloristiche e gastronomiche, testimonianza della cultura e delle usanze di una popolazione che è riuscita a conservare la sua identità con l’amore per l’ambiente e la tutela del patrimonio storico-culturale.
Curiosità: lo sapevate che…?
CULTURA MOCHENA: non è nota una precisa data di insediamento umano in Valle dei Mòcheni. Pare però che intorno al 1200 gruppi di contadini abbiano iniziato a colonizzare questo territorio. Arrivarono fin qui in cerca di nuove terre da coltivare e provenivano per lo più dal Tirolo e dalla Baviera, parlavano una lingua germanofona e vennero per questo chiamati Ròncadori, da latino runcare, che significa zappare, dissodare. I Ròncadori si insediarono quasi esclusivamente nel lato orografico sinistro della valle, dando vita ai paesi di Frassilongo/Garait, Fierozzo/Vlarotz, Roveda/Oachleit, Vignola e Falesina. Sul lato destro arrivarono solo nella parte più alta, fondando il paese di Palù del Fersina/Palai. Prima di loro la valle e i monti circostanti venivano sfruttati solo stagionalmente e pochissime famiglie li bitavano in modo continuativo e stabile.
Intorno al 1400, all’attività contadina, si aggiunse quella estrattiva e proprio per questo, il territorio iniziò a diventare meta dei cosiddetti Canòpi (dal tedesco Knappen), i minatori provenienti da Boemia e Tirolo, che videro nelle miniere della Valle dei Mòcheni una grande fonte di ricchezza. Tra le più sfruttate, la Miniera dell’Erdemolo, sul territorio di Palù del Fersina, oggi visitabile. Tra le due popolazioni non ci fu mai una reale fusione e la convivenza non fu sempre serena. Al centro delle diatribe spesso ci furono infatti le risorse del territorio. Come il legno che i minatori usavano in quantità disboscando in modo incontrollato, provocando frane e smottamenti, o come l’acqua, che per la lavorazione dei minerali veniva inquinata irrimediabilmente.
Esaurita l’attività mineraria intorno al 1600 i canòpi tornarono alle loro terre d’origine e l’attività ritornò ad essere per lo più agricola e di allevamento. A supporto c’era, nel periodo invernale, il commercio di tessuti e oggetti, che gli uomini praticavano partendo per alcune regioni della Germania e rientrando per quando la buona stagione consentiva di riprendere il lavoro nei campi. Una delle caratteristiche fondamentali della Valle dei Mòcheni fu certamente l’indipendenza economica, che limitava i contatti con l’esterno e contribuì a conservare usi, costumi e tradizioni di questa comunità.
Miniera Gruab Va Hardimbl (Erdemolo)
Si trova a 1700 metri di altitudine nel territorio di Palù del Fersina, nei pressi del sentiero che porta al Lago di Erdemolo. E’ un’antica miniera attiva fra il 1400 e il 1650 e ora aperta al pubblico. Dentro la montagna, al suo interno si apre un mondo inatteso costituto da gallerie e cunicoli che testimoniano la fatica di una vita al buio in spazi in cui era difficile persino respirare. Vengono esposti anche antichi attrezzi dei minatori, i loro abiti e i minerali estratti.
Museo S Pèrgmandlhaus
A Palù del Fersina si può visitare un luogo che mostra in modo innovativo il mondo delle miniere e la vita dei minatori della Valle del Fersina. Letteralmente significa “la casa dello Pèrkmandl”, un immaginario folletto delle miniere. L’allestimento racconta infatti un’attività che ha segnato in modo significativo la Valle del Fersina non solo dal punto di vista economico ma anche antropologico e ambientale.
Il primo piano del museo mostra i minerali cercati dai canòpi (dal tedesco Knappen, minatori) e il valore delle risorse naturali, come il legno e l’acqua, senza le quali non sarebbe stato possibile il lavoro di estrazione. Proprio lo sfruttamento delle materie prime offerte dal territorio fu motivo di attrito tra gli abitanti locali e i minatori. Il secondo piano invece si concentra sui residenti della valle che non discendono – come spesso si è creduto – dal mondo dei minatori, ma da altre popolazioni germaniche contadine, giunte nella Valle del Fersina dalla Baviera e dal Tirolo intorno al 1200, attirati dalla proposta dei capitani del castello di Pergine che promisero loro una concessione illimitata dei terreni. Due mondi che si incontrano tra le sale del museo di Palù raccontando la storia della Valle del Fersina.
Maso Filzerhof
Si trova a Fierozzo/Vlarotz sulla sponda sinistra del torrenteFersina. si tratta di un complesso abitativo di grande interesse etnografico fortemente rappresentativo del contesto agro-silvo pastorale. Il maso, Der Hoff, non era solo un edificio adibito ad abitazione, ma il luogo dove convergevano tutti gli aspetti della vita locale, dalle attività lavorative alle relazioni sociali. Il Filzerhof è attualmente costituito da un grande corpo centrale comprendente l’abitazione e la stalla per gli animali domestici. Annesso vi è un piccolo edificio adibito alla conservazione del latte. Nei pressi vi sono l’orto e tutt’intorno prati. Testimonia la tipica casa rurale mòchena, tradizionalmente circondata da terreni in proprietà che comprendeva un edificio di abitazione con stalla e fienile annessi oppure separati. Le terre afferenti al maso variavano da pochi ettari a più di 20, come in questo specifico caso, ed erano costituiti da campi, prati e da boschi. Il maso rientrava tra i maggiori della Valle.
Sog Van Rindel
Sempre vicino a Fierozzo/Vlarotz, in località Valcava/Balkof, si conserva una segheria alla veneziana che ha soddisfatto il fabbisogno di legname delle famiglie che vivevano nella zona circostante fino agli anni Cinquanta, continuando a rappresentare quindi fino a tempi abbastanza recenti, una soluzione tecnica soddisfacente. La segheria è situata in un’area particolarmente significativa, ricca di larici e abeti ma anche pascoli e baite, importante testimonianza del rapporto fra l’uomo e il territorio. Rappresenta pertanto un luogo particolarmente significativo per comprendere quel concetto che l’etnografo Giuseppe Šebesta, da sempre molto legato alla Valle dei Mòcheni, definì come “età del legno”, indicando in questa maniera lo stile di vita sapientemente legato all’utilizzo di questa fondamentale risorsa.
De Mil
Si tratta di un mulino sito a Roveda/Oachlait. Il mulino alimentato ad acqua sorge immerso nei campi coltivati a cereali e permette ancor oggi di conoscere il sistema di macinazione. L’acqua del Rio Rigolor che scorre nei pressi dell’edificio aziona gli ingranaggi e fa funzionare le macine destinate alla lavorazione dei cereali. I pendii della valle, infatti, erano costellati da campi di segale, orzo, avena e, nelle zone soleggiate, mais e frumento. In particolare si lavorava la segale, tipico cereale di montagna resistente anche al freddo e in grado di crescere anche su terreni aridi. Era presente abbondantemente in Valle da secoli. Da diversi documenti si evince che, fino alla fine del XVII secolo, i tetti dei fienili erano in paglia di segale, sostituita successivamente da scandole di larice. Con l’orzo macinato si faceva invece il caffè. L’avena era destinata all’alimentazione animale. Il mulino testimonia la presenza in valle di numerosi altre strutture analoghe, ad una o tre ruote.
Forni Fusori – Acqua fredda, Passo Redebus
A cavallo tra l’Altopiano di Pinè e la Valle del Fersina, sono stati rinvenuti 9 forni fusori risalenti all’Età del Bronzo (XIII-XI a.C.). Essi costituiscono il maggior sito preistorico per la fusione del rame fino ad ora rinvenuto in ambito alpino. I forni rinvenuti sono incassati nel versante e ricavati in un muro a secco costruito con pietre. Attraverso una ventilazione artificiale essi potevano raggiungere temperature elevate fino ai 1200 C°. L’attività di fusione permetteva di separare il rame dai minerali estratti dai giacimenti locali, dando così vita ad uno sviluppo delle attività di trasformazione, lavorazione e commercio.
Località e aspetti interessanti da vari punti di vista
Fucina Tognolli
Sita a Borgo Valsugana, la fucina a maglio idraulico produceva un’ampia gamma di attrezzi per l’agricoltura a partire da masselli di ferro acquisiti sul mercato. L’impianto, costruito nel secondo dopoguerra dal vecchio fabbro Onorino, scomparso nel 2002, produceva attrezzi apprezzati in un’area piuttosto vasta che si estendeva fino al Vicentino. Venivano infatti forgiate zappe, vomeri, picconi per il lavoro agricolo, ma anche asce, scuri, cunei, scorzatoi, zappini per il lavoro nel bosco. Inoltre si realizzavano attrezzi per la zootecnia e la pastorizia come pianelle da bue, forbici da tosa, ecc.). La fucina viene occasionalmente messa in funzione a scopo didattico-dimostrativo e per il lavoro artigiano.
Museo della Speranza
Il Museo della Speranza si trova a Borgo Valsugana ed evoca simbolicamente il bunker in cui fu collocata e attivata nel 1953 la prima apparecchiatura per la telecobaltoterapia, Eldorado A. Il macchinario canadese (uno dei primi esemplari costruiti al mondo) venne portato in Italia grazie all’operato di Claudio Valdagni oncologo e radiologo trentino operativo presso l’Ospedale S. Lorenzo di Borgo Valsugana, dove era stato attrezzato un piccolo ambulatorio per le visite oncologiche. Eldorado A, chiamato popolarmente “la bomba al cobalto”, venne installato nell’Ospedale S. Lorenzo e fu il primo nel suo genere in Italia, facendo di Borgo un centro d’eccellenza nella cura dei tumori.
Il patrimonio immateriale delle tradizione mochene
Oltre alla lingua, la comunità della Valle del Fersina ha tramandato alcune tradizioni centenarie che ancora oggi vengono mantenute vive. Si tratta di riti di diversa origine che segnano precisi momenti dell’anno e della vita, le feste liturgiche, l’alternanza delle stagioni e il passaggio all’età adulta.
- LA COSCRIZIONE: l’anno in cui si raggiunge la maggiore età è per i giovani Mòcheni un anno molto importante. A Natale, i ragazzi che si avviano al diciottesimo compleanno, vengono infatti incoronati koskrötn e ricevono il kronz e il fazol. Il kronz è un vistoso copricapo, decorato con perline e fiori secchi sulle cui falde spicca una piuma di gallo forcello. Il fazòl è invece un foulard con un tema tricolore che richiama la bandiera italiana. I koskrötn vivono nell’anno del loro diciottesimo compleanno un periodo molto particolare, assumendo un ruolo centrale in tutti i momenti comunitari: portano la Stéla tra il Capodanno e l’Epifania, sono i protagonisti dei balli in maschera e del corteo che segue i bétsche il martedì grasso. I koskrötn trascorrono molto tempo insieme e, spesso, tra loro si instaura un legame profondo di amicizia che li accompagna lungo tutta la vita.
- LA STÈLA: un tempo diffuso su tutto l’arco alpino, il rito della Stéla ha mantenuto caratteristiche originali a Palù/Palai e Fierozzo/Vlarotz. Il rito si svolge nei giorni intorno a Natale, quando gruppi di cantori, guidati dai coscritti passa di maso in maso intonando canti tradizionali e raccogliendo offerte per le messe in suffragio dei defunti. I coscritti portano in mano la grande stella, decorata da loro e fissata su un alto bastone. Le serate dedicate al canto della Stella a Palù sono la sera di S.Silvestro tra i masi dell’Auserpòch (la parte iniziale del paese), la sera di Capodanno ai masi dell’Inderpòch (la parte interna) e la sera dell’Epifania quando si attraversano i sette masi storici del paese.
- IL CARNEVALE: il giorno di martedì grasso è contrassegnato dal passaggio di der bètscho e de bètscha (il vecchio e la vecchia) che attraversano il paese seminando fertilità e abbondanza in vista dell’imminente primavera. Lo fanno seguiti dal cosiddetto òiartroger – il raccoglitore di uova, chiamato anche teit, padrino – che va di casa in casa a raccogliere le uova offerte dalle famiglie per ringraziare dell’augurio. Il rito carnevalesco rappresenta un rito di passaggio a tutti gli effetti e prevede la morte dei bètsche (i vecchi) e la lettura dei testamenti che coinvolgono i coscritti e le coscritte (i ragazzi e le ragazze diciottenni). Si tratta di un momento che suscita sempre molto interesse e divertimento. La giornata conclude il periodo del Carnevale e e termina al tramonto, con il falò del fieno della gobba del bètscho; esso rappresenta un addio simbolico all’inverno e una nuova apertura alla rinascita della primavera.
L’albero dei desideri
Realizzato a Palù del Fersina nei pressi del Museo S Pèrgmandlhaus dallo scultore Paolo Vivian è un’installazione contemporanea dedicata ai sogni dei bambini. Si propone infatti di diventare custode dei desideri dei bambini e delle bambine che, dopo aver scritto il loro desiderio, lo racchiuderanno in una pallina di feltro successivamente appesa all’albero. L’Albero dei Desideri rappresenta un’opera collettiva che unisce elementi della natura alla creatività e all’arte. Fiorirà infatti giorno dopo giorno, con la collaborazione dei più piccoli.
La scultura di Vivian è alta circa cinque metri ed è stata realizzata con una trave in larice, recuperata dalla torre campanaria della Chiesa di Pergine con cerchi di tondini di ferro su cui vengono appese le palline di feltro di lana. La scelta della lana per la realizzazione delle palle non è assolutamente casuale: recentemente è nato infatti il progetto Bollait – Gente della Lana, un’iniziativa di filiera corta locale. La lana rappresenta una delle ricchezze della Valle del Fersina, negli ultimi anni poco valorizzata, ma che ora punta a tornare ad essere un tassello significativo dell’economia del territorio.
Enogastronomia: Acqua Levico
Acqua Levico nasce da una fonte centenaria dell’Alta Valsugana, ad oltre 1600 metri di altezza. La posizione della fonte, il favorevole clima del Trentino Alto Adige, la presenza di numerose foreste di abeti sono alcune delle ragioni della qualità di Acqua Levico. Grazie alle sue proprietà organolettiche è una delle acque più leggere d’Europa. Questa caratteristica è molto importante per il nostro benessere. L’acqua minerale svolge, infatti, un ruolo essenziale per l’organismo: è il mezzo di trasporto di tutte le sostanze che vengono scambiate tra le varie cellule.
Parampampoli
È da oltre sessant’anni una famosa bevanda alcolica offerta al Rifugio Crucolo, antica osteria trentina di Scurelle, in Valsugana, gestita dalla stessa famiglia dal 1782. Viene servito a fine pasto per animare le serate del Rifugio e per accendere la convivialità. Si racconta che una scintilla abbia coreograficamente acceso con una grande fiammata viola la miscela di vino, grappa e caffè che si trovava in una pentola. Sentito forte il rumore uno dei presenti avrebbe esclamato: “Parampam! Parampam!” imitando il botto sentito. Dall’esclamazione sarebbe nato il nome Parampampoli. La ricetta originale e il giusto dosaggio sono segreti e gelosamente custoditi dal rifugio, La famiglia Purin gestisce la produzione e ha la proprietà del relativo marchio.
Sant’Orsola e il Villaggio dei Piccoli Frutti
Si tratta di un’organizzazione di produttori specializzati nella coltivazione di piccoli frutti, fragole e ciliegie. La sua storia cominciò a Sant’Orsola Terme nei primi anni ’70 grazie all’intuito e agli sforzi di 15 giovani piccoli produttori della valle dei Mòcheni, veri e propri pionieri nel settore dei piccoli frutti. Negli anni, l’azienda è cresciuta fino a diventare il riferimento italiano per i piccoli frutti anche grazie al lavoro di oltre 800 produttori in tutta Italia. Nell’aprile 2019 Sant’Orsola ha inaugurato il nuovo stabilimento produttivo, all’interno de Il Villaggio dei Piccoli Frutti. L’idea del progetto è nata con la volontà di creare un distretto innovativo, energeticamente efficiente, capace di evolversi nel tempo e integrato in perfetta armonia con il territorio circostante. Obiettivo dell’azienda è quello di creare un distretto di riferimento per il settore a livello europeo.
Curiosità: lo sapevate che…?
KROPFEN: sono dei ravioli piuttosto grandi, tipici della Valle dei Mocheni, le cui origini si perdono nel tempo. Sono solitamente ripieni di verza ma nei vari paesi sopravvivono diverse interpretazioni del piatto che prevedono l’aggiunta di patate, riso o formaggio.
A Roveda esiste anche una versione dolce con riso e cannella oppure con un ripieno di confettura di mirtillo rosso.
KIACHL O STRABOI: tipico dolce di Palù del Fersina/Palai en Bersntol, servito con zucchero a velo o marmellata durante il Carnevale ma anche in occasione di sagre e festività. Si tratta di frittelle realizzate con un impasto di uova, zucchero, sale, latte, farina, birra, grappa e lievito in polvere. L’impasto viene versato nell’olio con un apposito imbuto andando a formare dei cerchi concentrici. Questi dolci si trovano spesso anche nelle cucine dei mercatini natalizi in tutta la regione e in Alto Adige.
Dialetto o lingua di minoranza
Il mocheno è minoranza linguistica germanofana collegata alla presenza di coloni tedeschi fatti arrivare in valle dai signori feudali di Pergine per ripopolare una zona poco antropizzata. I linguisti sono pressoché d’accordo nel considerare il mòcheno un idioma di origine medio-alto bavarese, importato dai coloni tedeschi, i Roncadori, che si instaurarono lungo le rive del torrente Fersina, all’estremità più a nord della Valsugana, la Valle del Fersina. Il limitato scambio con l’esterno da parte degli abitante della valle ha consentito la salvaguardia della lingua in una forma quasi originaria. Influenze dall’italiano – soprattutto il dialetto trentino e della zona del perginese e pinetana – e dal tirolese sono considerate piuttosto recenti. Dopo la violenta repressione operata dal fascismo con la proibizione dell’uso della lingua germanica e dopo una fase di disinteresse verso queste isole linguistiche risalente al secondo dopoguerra, a partire dagli anni ’60 è iniziato un processo di rivalutazione delle minoranze linguistiche presenti in Trentino tra cui anche la minoranza mochèna. Fino al ‘900 il mòcheno veniva parlato anche nei paesi di Vignola e di Falesina, lungo le pendici della Panarotta tra il versante di Pergine e la Valle del Fèrsina. Attualmente i paesi appartenenti alla comunità mòchena sono quattro: Roveda/Oachlait, Frassilongo/Garait e Fierozzo/Vlarotz sulla sponda sinistra della Fèrsina/Bersn e Palù/Palai nella parte alta sulla sponda destra. La lingua mòchena è usata a livello orale da quasi la totalità delle famiglie di Roveda e di Palù, da gran parte delle famiglie di Fierozzo e da alcune famiglie di Frassilongo. Da più di 30 anni il patromonio linguistico mocheno viene preservato e studiato dal Bersntoler Kulturinstitut unitamente agli organi amministrativi locali e regionali, le associazioni e la comunità.
I dialetti parlati invece in Valsugana afferiscono alla parlata veneta per la Valsugana orientale, counemente denominato dai Trentini “valsuganotto” e riferibile soprattutto al sottogruppo vicentino. Nella Valsugana occidentale vi sono invece dialetti riferibili al gruppo “trentino-centrale”.
Modi di dire tipici
Binàr a una: significa raccogliere
Cantàr come nà calandra: significa cantare a squarciagola
El bocòn del strignàt: significa il boccone di quel di Strigno cioè il boccone dell’affamato. Gli abitatnti di Stigno venivano infatti chiamati “famài”, “
Eser en beghero: essere un attaccabrighe
Macaco: si dice a una persona ingenua, che si lascia abbindolare.
L’è sempre la solita solfa: significa è semre il solito discorso noioso.
Magnar na tèga: significa fare una scorpacciata.
Te fago su come na stropa: significa te la faccio vedere io!
Te ‘ncontrerai quel dal formai: incontrerai quello che ti sistema
Star quacio, quacio: significa star calmo.
Zavargiàr: significa delirare a causa della febbre.
MOCHENO
Guatnto: significa buona giornata
Vreala: significa ciao
Guata Oastern: significa Buona Pasqua
Guata Bainechtn ont guats nais Jor: significa Buon Natale e felice anno nuovo
Guatn geburtsto!: significa Buon Compleanno!
Tschbissn abia a schbai’ significa (essere) sporco come un maiale











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